Ragusa 0-0 Messina, toccare il fondo
È il minuto numero 78:42, e il Messina può usufruire di un calcio di punizione dai trenta metri. Sul punto di battuta ci sono Zerbo e Saverino, subentrati rispettivamente a Zucco e Matese nel corso della ripresa. Il centrocampista ex Città di Sant’Agata chiama lo schema alzando il braccio sinistro, compie quattro passettini e crossa verso il cuore dell’area di rigore, alla ricerca di un compagno: la torre amica è quella di Bosia che, partito dall’esterno, taglia verso il centro, impatta alla perfezione e insacca alle spalle di Matteo Esposito. Rete. È il minuto numero 78:45. Le urla, la corsa sotto il settore ospiti, poi uno sguardo verso il guardalinee… E, infine, il silenzio. Fuorigioco.
78:49. L’ultima gioia del 2025/2026 è una di quelle grida strozzate in gola, incompiute proprio come la straordinaria rimonta dal pesante -14 di inizio campionato, interrottasi sul più bello. Al “Campo” di Ragusa si interrompe la cavalcata del gruppo biancoscudato, che non riesce a trovare il gol che sarebbe valso la salvezza e si trova a fare i conti con il dramma di una retrocessione in Eccellenza, macchia – purtroppo – indelebile sui 126 anni di storia del club. Al triplice fischio sono lacrime, scuse e maglie sfilate, ma l’immagine più emblematica del pomeriggio ibleo è proprio quella di Bosia che, al minuto numero 78:50, resta lì, con le mani tra i capelli, a osservare gli ultimi attimi di felicità effimera degli oltre 370 tifosi accorsi dalla città dello Stretto: un’istantanea così struggente da essere poetica, che descrive quanto possa essere breve la strada che porta dal paradiso all’inferno. Solo otto secondi.

Nervosismo.
“Conta solo la vittoria” è stato, probabilmente, uno degli slogan più gettonati della stagione peloritana, contraddistinta da un susseguirsi di ultimatum per non vanificare gli sforzi compiuti nel corso di una prima metà di campionato inaspettatamente straordinaria. Al “Campo” di Ragusa, però, conta davvero solo la vittoria: sì, perché, in virtù del peggior piazzamento in classifica al termine della regular season, gli uomini di mister Vincenzo Feola, per raggiungere l’obiettivo salvezza, non hanno alternativa al successo nei 120 minuti di gioco. “Ganar o morir”, dunque. E questa volta non è né un’esagerazione né un titolo giornalistico a sfondo emotivo/motivazionale, ma la descrizione di una realtà che vede il Messina davanti a un bivio strettissimo: da una parte una salvezza che, per modalità e percorso, avrebbe dello storico; dall’altra, un declassamento in quinta serie altrettanto storico, sebbene destinato a occupare le pagine più oscure dell’almanacco biancoscudato.
Per la partita che vale un’intera annata, il tecnico di Somma Vesuviana schiera la miglior formazione possibile, viste le circostanze: un 3-5-2 che, in corso d’opera, diventa un 4-3-3, con Touré chiamato a svariare tra il centro dell’attacco e la fascia sinistra, Bombaci a ricoprire compiti più prettamente difensivi e Zucco a legare il reparto di centrocampo con quello offensivo. Lucenti, di tutta risposta, non bada a sperimentalismi e opta per la riproposizione del classico Ragusa, teoricamente impostato per una partita di granitica difesa del doppio risultato.
Che il play-out sarà una battaglia – e non solo in senso figurato – lo si capisce dopo appena quattro secondi: Zucco batte verso Trasciani, che lancia lungo; nei dintorni, Clemente e Golfo si allacciano, dando vita al primo capannello di un incontro pieno zeppo di nervosismo. A farne le spese sono proprio il 24 azzurro e il 14 giallorosso, costretti a giocare tutto il match con il fardello di un’ammonizione sulle spalle. Insomma, c’è di meglio per un difensore centrale. L’atteggiamento dei padroni di casa sembra intimorire il Messina, che approccia la gara con il freno a mano tirato. Succede ben poco nel primo tempo, con i peloritani che si trovano più volte a dover fronteggiare gli imprecisi attacchi degli iblei, destinati a risolversi in un nulla di fatto; a preoccupare, però, è proprio l’attitudine dei biancoscudati, inspiegabilmente più impauriti dalla possibilità di andare sotto che determinati nella ricerca del guizzo del vantaggio. La prima frazione si conclude con il mancino svirgolato di Sinatra e con la consapevolezza che, così, non si possa andare avanti.

Illusione, fine.
Non si può avere paura di vincere anche quando all’orizzonte si staglia concretamente il baratro di una retrocessione. Sembra averlo capito il Messina, che al rientro dagli spogliatoi firma con Bombaci – su punizione – il primo squillo. Al “Campo” inizia un’altra partita, che vede i giallorossi più propositivi mentre i locali abbassano il baricentro, riuscendo spesso a intrappolare nella propria morsa le offensive avversarie. È una Biancoscudata a cui mancano spunti personali, come confermato dalle partite incolori di Oliviero (primo a essere sostituito da Feola) e Touré, che per cercare di accendersi operano anche un cambio di fascia al ventesimo del primo tempo. Il tempo scorre, la tensione è alta ed entrambe le squadre cercano una scossa; Lucenti corre ai ripari, sostituendo un nervosissimo Golfo (ammonito insieme a Trasciani) per far spazio a Capone. L’ingresso del 10 dà nuova energia alle aquile, che tra il 63’ e il 72’ costruiscono tre palle-gol. Nel frattempo, i peloritani cambiano anche Zucco e Clemente – quest’ultimo infortunato – inserendo Zerbo e De Caro. Al 76’ entra anche Saverino, che due giri di lancette più tardi è protagonista del cross che porterebbe il Messina in vantaggio, non fosse per la posizione irregolare di Bosia al momento della battuta. L’episodio accende gli ospiti, che dalla delusione trovano nuova linfa. Il finale è tutto giallorosso: Bosia ci riprova al 90’, ma trova i guantoni di Matteo Esposito; l’estremo difensore di casa è bravissimo anche a distendersi e deviare in calcio d’angolo l’insidiosa punizione dal limite di Saverino, salvando i suoi e trascinando la gara ai tempi supplementari.
Dicevamo del nervosismo. Ci torniamo tra pochissimo. I supplementari si inaugurano con il diagonale di Capone, neutralizzato da Giardino. Dall’altro lato, i peloritani provano a rispondere con Kaprof che scatta sulla fascia destra e, complice la marcatura – giudicata regolare dall’arbitro – di due difensori avversari, si porta il pallone oltre la linea laterale. La situazione scalda gli animi dell’argentino, che va a muso durissimo con il guardalinee e si becca un cartellino giallo; neanche il tempo di riprendere il gioco che il direttore di gara espelle Savonarola per proteste. Lo stesso destino, poco dopo, toccherà anche a Feola: a farne le veci fino al termine della partita sarà Manganaro. Salta definitivamente anche quell’ultimo briciolo di razionalità di una gara continuamente spezzettata (e il Ragusa ringrazia).
Ora è O.K. Corral al “Campo”, e la situazione peggiora nel secondo tempo quando Benassi entra durissimo sul subentrato Maisano, prendendosi il rosso diretto. Messina in superiorità numerica per gli ultimi tredici minuti di stagione, ma cambia poco in un frangente di pura difesa senza schema alcuno da parte del Ragusa. D’Amore firma il commiato alla partita degli azzurri, che fino al fischio finale si barricheranno all’interno della propria metà campo. Il finale è un’accozzaglia di spintoni, raccattapalle che nascondono i palloni, raccattapalle che spariscono, palloni che riappaiono in gran quantità in mezzo al campo: insomma, caos totale. Le speranze giallorosse si infrangono al 119’. Lancio dalla difesa, Bosia spizza, Zerbo fa la sponda verso De Caro che, in caduta, calcia male con il sinistro: la palla arriva a Roseti, che scappa da Accetta e Callegari e con il piattone destro professa l’ultima preghiera. Matteo Esposito esce e la mette fuori con la fronte. Incredibile occasione, l’ultima. Termina così. La testa di Bosia aveva illuso che i fantasmi potessero essere scacciati. Manganaro ha predicato calma e “testa” nell’ultimo tempo supplementare, alimentando la speranza di ottenere ciò che sembrava svanire minuto dopo minuto. Ed è proprio una testa, quella di Esposito, a infrangere i sogni e condannare il Messina all’Eccellenza.

Responsabilità.
“Non avrei mai voluto raccontarvi questa cosa”, dice un commosso Pietro Di Paola ai microfoni di TCF negli otto secondi successivi al fischio finale. E il giorno dopo il dolore è ancora forte. Ma come si può valutare una stagione così? Proviamoci. Il Messina retrocede in Eccellenza dopo aver conquistato 46 punti sul campo (ottavo posto virtuale in classifica), pagando a caro prezzo lo scotto della precedente gestione societaria. Attenuante? Sì, ma no. Perché già dall’inizio del campionato la strada, in tal senso, sembrava segnata, e mantenere un ritmo da play-off per tutto l’arco del torneo, con la consapevolezza di arrivare a un punto di estrema stanchezza fisica e psicologica dettata dalla grande rincorsa, era dichiaratamente l’unica via percorribile per tentare l’impresa salvezza. Ed ecco il primo grande paradosso: i biancoscudati hanno reso meglio quando la situazione sembrava ormai compromessa, marciando con grande dignità sulla strada dissestata dall’incertezza socio-giudiziaria, annullando la pesante penalizzazione in appena nove giornate e raccogliendo 28 punti nel corso del girone d’andata; salvo poi perdersi nella parte più “semplice”, quella della conferma di quanto di buono fatto, crollando nel ritorno e rischiando concretamente la retrocessione diretta.
Una seconda metà di stagione semplicemente disastrosa, e non solo per i 18 punti conquistati, bensì per tutto ciò che è accaduto nel mezzo: dai dissidi che hanno portato all’addio di Romano e Martello fino all’arrivo di Feola, fortemente voluto da Pagniello ma mai davvero capace né di imporre una propria idea di gioco né, tantomeno, di adattarsi alle necessità tecnico-tattiche di un gruppo privo di qualità, ma che nel pragmatismo di inizio stagione aveva trovato la propria miglior espressione. In mezzo, poi, l’interregno di Parisi, durato appena quattro partite e chiusosi con la débâcle contro l’Enna. E non ci sono stati soltanto gli avvicendamenti tecnici, ma anche scelte di mercato sbagliate, una costruzione pressoché inesistente dell’organigramma, una comunicazione tanto spettacolare quanto vuota e una gestione societaria complessivamente decentrata e approssimativa, lontana da quel poco che sarebbe servito per proseguire nel migliore dei modi il cammino avviato negli ultimi mesi del 2025.
Lo avevamo scritto anche nel post Messina – Gelbison, e lo ribadiamo adesso: troppi errori, spesso ignorati per bontà, che hanno presentato un conto salatissimo nel corso del rush finale e palesato la grande inesperienza di una proprietà che, quando si è presentata l’occasione, ha spesso sbagliato modi e tempi per intervenire, come nel caso dell’accentramento dei ruoli relativi all’area sportiva attorno alla figura di un imperito Pagniello. E attenzione: nessuno nega gli ingenti investimenti sin qui compiuti, ma non si può guardare solo il dito e non una luna che mostra evidenti criticità, improvvisazione e un’idea di ammodernamento che, per quanto condivisibile nel calcio moderno, resta comunque secondaria rispetto ai risultati. I soldi non bisogna solo averli, ma anche saperli spendere. Non si mette in dubbio la buona fede, ma si analizzano dati di fatto: il Messina è retrocesso e le responsabilità sono molteplici. Coinvolgono tutti, indistintamente: dai vertici allo staff tecnico, passando per una squadra capace di emozionare ma scioltasi nel momento decisivo, quando una vittoria in più l’avrebbe portata a giocare il play-out in casa, minimo sindacale dopo tutto ciò che era stato costruito nella prima parte di stagione. E forse è proprio questo l’aspetto più amaro del fallimento consumatosi ieri: aver lottato e sperato fino alla fine, sfiorando il cielo con un dito per poi sprofondare nell’abisso.

Tutto da rifondare.
E ora cosa succederà? Non si sa. Si profila l’ennesima estate “alla messinese”, dettata ancora una volta dall’incertezza del futuro, a partire dalla categoria in cui il Messina giocherà. Sì, perché se il campo dice “retrocessione” e, dunque, giustamente, “Eccellenza”, dall’altro lato tutti conosciamo le criticità del sistema calcio italiano. Che ci siano o meno margini per ripescaggi o riammissioni non possiamo certo stabilirlo noi: alla luce delle “recenti” disposizioni, servirebbe una lettura approfondita delle carte federali. Non ci dilunghiamo nel merito – sarebbe estremamente ingiusto pensare di poter archiviare la delusione con scenari alternativi – ma una cosa è chiara: l’attesa rappresenta un limbo che il Messina non può permettersi di attraversare. Perché tra la Serie D e l’Eccellenza passa un mondo, e non solo per la contrapposizione tra dimensione nazionale e regionale, ma soprattutto in termini di programmazione e prospettive. E il ritardo si paga, come accaduto quest’anno e due stagioni fa. Occorre quindi gettare sin da subito le basi per la prossima stagione, previa una doverosa scrematura di soggetti realmente capaci e professionali: figure troppo spesso venute a mancare nell’ultimo, disastroso ventennio, lasciando spazio all’egoismo e all’incapacità di avventurieri in cerca di gloria, a caccia di un incarico che potesse legittimarne una posizione di privilegio. Piena normalità, nella città dei consigli non richiesti, degli “andava fatto questo”, degli “io lo sapevo”, e di chi tende a mettere davanti il proprio operato piuttosto che i bisogni della società, il tutto professandosi grandi tifosi. Per cui tanto va cambiato, e subito. In caso contrario, non ci sarà altro destino se non l’ennesimo ventennio di delusioni.
È dura, ma bisognerà pur ricominciare. Ripartire da certezze, da sostegni concreti – e non da mere dichiarazioni di circostanza o propaganda – da parte della politica e del tessuto imprenditoriale e, soprattutto, dall’amore di un popolo che, nonostante le numerose agonie vissute nell’ultimo ventennio, ha continuato a professare attaccamento nei confronti di un vessillo capace di conservare intatto il proprio fascino e che oggi deve fare i conti con la seconda retrocessione consecutiva. Indigeribile, certo, ma l’amore degli oltre 370 tifosi accorsi a Ragusa, così come di tutti quelli che hanno seguito la partita davanti a una TV o con una radio accesa, non può essere cancellato. C’è un bellissimo slogan che recita: “Quando vinci sei di tutti, quando perdi sei solo mia”. E allora proviamo a farci forza, raccogliendo ancora una volta i cocci. Perché non può piovere per sempre, anche se questo temporale sembra infinito.

(Foto: TCF TV; pagina Facebook dell’ACR Messina)








