14 Gennaio 2025RedazionePrimopiano

Mafia, affari illeciti anche nell’impresa confiscata. 15 arresti a Barcellona Pozzo di Gotto

In data odierna, numerose unità di polizia giudiziaria del Servizio Centrale Operativo della
Polizia di Stato, della Squadra Mobile della Questura di Messina e del Commissariato di P.S. di
Barcellona Pozzo di Gotto, hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare,
emessa, nei confronti di 15 persone, dal G.I.P. del Tribunale di Messina, su conforme richiesta
di questa Direzione distrettuale antimafia, per i reati di concorso esterno in associazione di
tipo mafioso, nonché per svariati delitti di estorsione, peculato, trasferimento fraudolento di
valori,  violazione della pubblica custodia di cose e sottrazione di cose sottoposte a
sequestro, con l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi.


La misura cautelare si fonda su un quadro di gravità indiziaria, raccolto nel corso di svariati
mesi per effetto delle articolate indagini, coordinate dalla Procura di Messina-Direzione
Distrettuale Antimafia, che ha diretto le investigazioni affidate al Servizio Centrale Operativo
della Polizia di Stato, alla Squadra Mobile della Questura di Messina e al Commissariato di
P.S. di Barcellona Pozzo di Gotto.

Gli elementi acquisiti hanno disvelato l’esistenza e la
operatività di una ben articolata compagine delinquenziale, di matrice mafiosa, dedita
ai delitti, di estorsione, peculato, trasferimento fraudolento di valori,  violazione della
pubblica custodia di cose e sottrazione di cose sottoposte a sequestro, commessi con
l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi, attraverso la gestione illecita di
un’impresa, con sede a Barcellona P.G., nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani,
smaltimento di rifiuti speciali e demolizione dei veicoli.

L’impresa, a sua volta, era già
destinataria di diversi provvedimenti giudiziari di sequestro e confisca, devenuti definitivi,
all’esito di procedimenti penali e di misure di prevenzione antimafia. In particolare, all’esito
delle indagini già coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina, il 16 giugno del
2011, era stato disposto il sequestro, dal G.I.P. di Messina, della medesima azienda, cui
aveva fatto seguito un primo provvedimento di confisca da parte del G.U.P., nel primo grado
di giudizio, in data 31 ottobre 2012, confermato dalla Corte d’ Appello di Messina il
28.10.2014 e nuovamente confermato, dopo il ricorso in Cassazione e un giudizio di
legittimità costituzionale, dalla medesima Corte di Cassazione, in data 11.06.2018. 


Ulteriore e distinto provvedimento di confisca era stato disposto in data 11.6.2014 anche dal
Tribunale di Messina-Sezione Misure di Prevenzione, nell’ambito del procedimento di
prevenzione, su conforme proposta della Direzione distrettuale antimafia di Messina, con
provvedimento ablativo, confermato dalla Corte d’Appello in data 3.11.2016 e, poi, dalla
Corte di Cassazione il 6.07.2017. Sin dal primo provvedimento di sequestro, la ditta era stata
affidata all’amministrazione di un commercialista, nominato amministratore giudiziario nel
mese di giugno 2011. I citati provvedimenti giudiziari avevano riconosciuto la riconducibilità
dell’impresa alla c.d. “famiglia mafiosa barcellonese”, essendo stata gestita da un noto
pregiudicato per reati di mafia, figlio della titolare intestataria dell’impresa, ritenuto
esponente apicale, attualmente detenuto, dovendo scontare una pena definitiva proprio per il
reato di cui all’art. 416-bis cp.


Tuttavia, nonostante i diversi provvedimenti di sequestro e confisca, le attività di
indagine hanno messo in luce un inquietante quadro fenomenico, riflettente la posizione
dominante del medesimo capo mafia barcellonese, nella gestione dell’attività imprenditoriale
sottrattagli, per effetto dell’intervento di decisioni giudiziarie, divenute definitive; e ciò pur a
fronte di una amministrazione giudiziaria formalmente insediata da più di 13 anni per la
gestione dell’impresa. Gli elementi indiziari raccolti, allo stato, consentono di ritenere che lo
stesso, quale esponente di vertice della cosca mafiosa locale dei barcellonesi -cui l’impresa è
strettamente collegata per le attività criminali strumentali alle finalità dell’organizzazione
medesima- abbia gestito, quale “titolare di fatto”, l’impresa sottoposta ad amministrazione
giudiziaria. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, ciò sarebbe stato reso possibile

anche grazie ai comportamenti dell’amministratore giudiziario, pressocché completamente
asservito al potere mafioso del clan, nei cui confronti avrebbe manifestato riverenza e
compiacenza, omettendo l’adempimento dei doveri correlati all’esercizio delle sue funzioni.
Più nel dettaglio, l’attività investigativa ha consentito di ricostruire il modus operandi degli
indagati al fine di creare illeciti guadagni, attraverso la vendita di pezzi di ricambio usati
senza il prescritto titolo fiscale e lo smaltimento di rifiuti non censiti; tutto ciò grazie alla
ritenuta complicità dell’amministratore giudiziario e di alcuni dipendenti, alcuni dei quali
impiegati presso la ditta da oltre vent’anni.


Gli elementi di prova raccolti hanno, infatti, disvelato come l’impresa sarebbe stata utilizzata,
anzitutto, quale strumento di illecito arricchimento, attraverso la quotidiana, continua
appropriazione del denaro, non contabilizzato, dalle casse; conseguendo, in tal modo, il
risultato della percezione, agli occhi della comunità, di un’organizzazione mafiosa in grado di
gestire un’azienda, nonostante ben due provvedimenti di confisca e relativa amministrazione
giudiziaria. Situazione, questa, che avrebbe consentito agli indagati di porre a segno
condotte estorsive sia nei confronti del personale dipendente ritenuto non “affidabile” e per
questo motivo allontanato dall’azienda, che nei confronti di altri imprenditori operanti in
settori commerciali affini, avvalendosi, a tal fine, della “simbolica” presenza, quotidiana,
del pregiudicato al vertice del clan e di tutti i suoi familiari, nei locali dell’impresa.
Sulla scorta del grave quadro indiziario così raccolto, il Giudice per le Indagini Preliminari, su
richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina-Direzione Distrettuale
Antimafia, ha applicato la misura restrittiva della libertà personale della custodia cautelare in
carcere a carico di 14 indagati e la misura degli arresti domiciliari nei confronti di un altro
soggetto, quasi tutti residenti o domiciliati nella città di Barcellona Pozzo di Gotto (ME).

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